giovedì 21 ottobre 2010

Il giardino elettrico

In questi giorni sto leggendo uno dei tanti libri che stanno nelle vetrine delle librerie per un po', per poi giacere dimenticati da tutto e tutti. La nostra società consumistica richiede questo, vabbene, accettiamolo. Però un minimo di piacere un romanzo dovrebbe pur darcelo, per quanto effimero. Eppure questo libello molto pubblicizzato, "Il giardino elettrico", non lascia nulla, se non qualche immagine azzeccata. Che non basta a fare un buon romanzo. Dico, a questo punto scrivi poesie o prose poetiche. In un romanzo tout se tient, in teoria. Qui, invece, tutto sfugge e si sfilaccia: e storie si intrecciano male, i personaggi sono assurdi non a causa di una ricerca sulla loro personalità, ma proprio per mancanza di un serio approfondimento narratologico. Che orrore. Non l'ho ancora finito e fosse per la mia parte più anarchica, l'avrei già lanciato fuori dalla finestra. Aspetta aspetta: chi è il novello "narratore" (o colui che così si definisce con un picco di arroganza, o ingenuità, chi può saperlo)? Niente popò di meno che Simone Caltabellota. Eh? Già. Ex direttore editoriale della Fazi. Ah-ah. (Eh-eh).

mercoledì 20 ottobre 2010

Andy Warhol

Oggi vi voglio parlare di una biografia bellissima, uscita per le edizioni Odoya e dedicata a Andy Warhol, firmata da un biografo molto pop negli States, Victor Bockris. Il suo racconto ripassa la storia di Andy recuperando i suoi traumi infantili e la miseria culturale e economica in cui versava la sua famiglia per spiegare, almeno in parte, gli eccessi del suo carattere e le sue manie. Per esempio quella di nutrirsi quasi esclusivamente di dolci, per citarne una (anche la più innocente). I primi passi a New York furono tutt’altro che facili; chi, come Andy, iniziava a lavorare nel settore pubblicitario (e, nel suo caso, soprattutto nella moda), veniva marchiato a vita dall’intellighenzia artistica, che in quel periodo verteva attorno all’astrattismo di Pollock e Rothko. Warhol si fece strada con coraggio, per affermare la sua arte che, per opera dissacrante, si rivelò una “non-arte” ispirata al mondo pubblicitario. Ma furono gli anni della Factory, quelli più diabolici, e al contempo i più sperimentali, durante i quali Andy, con un gruppo di proseliti, si dedicò alla video arte e al cinema: lì l'artista era diventato il re indiscusso di una folta schiera di seguaci e fans, tra cui parecchie donne bellissime, come Nico, la cui carriera nei Velvet Underground dipese in tutto e per tutto dall’artista della pop art, e Edie Sedgwick, uno dei pochi personaggi per cui il suo altrimenti freddissimo cuore si era scaldato (e che lo tradirà per seguire Bob Dylan, per cui Warhol provava una fortissima disistima); a quegli anni vanno ascritti discutibili esperimenti che prevedevano lo schiacciamento della personalità degli attori (quasi sempre non pagati), la quale doveva essere sacrificata alla causa superiore della telecamera. O meglio, al suo personalissimo piacere di buttare sugli altri – come suggerisce blandamente il biografo – le sue frustrazioni e il suo bisogno costante di essere al centro dell’attenzione. Eppure, al di là di tutto, e per quanto alcuni episodi facciano venire la pelle d’oca, Andy Warhol ha segnato l’epoca dell’underground, e lo ha fatto in maniera indelebile.

martedì 19 ottobre 2010

Como, la seta racconta una storia che è anche quella della moda

La seta sarà anche meno glamour rispetto a un tempo. Ma Como ci riprova ancora, e con grinta, a ritagliarsi il suo spazietto nel mondo della moda. La Fondazione Ratti da anni promuove quella che, senza troppi giri di parole, possiamo definire una cultura del tessuto. Ebbene, dopo una mostra interessantissima sulle tessiture Costa, ora ne arriva una più piccina che vuole mostrare, tramite i campionari presenti in archivio, la sorprendente dinamicità della moda nell'Ottocento. Non dimentichiamo che proprio allora, a metà secolo, il coutourier Worth a Parigi stravolse l'abitudine delle dame di farsi cucire i vestiti dalle sarte, proponendo abiti già belli confezionati. Le signore di Parigi, da quel momento, iniziarono a dirigere i propri gusti non tanto (o non solo) verso le stoffe, ma anche verso le fogge degli abiti. La conseguenza? Una nuova dinamicità anche nel mondo della produzione tessile, tesa a rincorrere una moda sempre cangiante e pronta a sostituire il vecchio col nuovo, per poi eventualmente recuperare. Chi visiterà la mostra, potrà accorgersi dell'attualità di alcune fantasie, vere e proprie antesignane di un gusto destinato a rimanere ancora nel cassetto per qualche decennio.