giovedì 21 ottobre 2010

Il giardino elettrico

In questi giorni sto leggendo uno dei tanti libri che stanno nelle vetrine delle librerie per un po', per poi giacere dimenticati da tutto e tutti. La nostra società consumistica richiede questo, vabbene, accettiamolo. Però un minimo di piacere un romanzo dovrebbe pur darcelo, per quanto effimero. Eppure questo libello molto pubblicizzato, "Il giardino elettrico", non lascia nulla, se non qualche immagine azzeccata. Che non basta a fare un buon romanzo. Dico, a questo punto scrivi poesie o prose poetiche. In un romanzo tout se tient, in teoria. Qui, invece, tutto sfugge e si sfilaccia: e storie si intrecciano male, i personaggi sono assurdi non a causa di una ricerca sulla loro personalità, ma proprio per mancanza di un serio approfondimento narratologico. Che orrore. Non l'ho ancora finito e fosse per la mia parte più anarchica, l'avrei già lanciato fuori dalla finestra. Aspetta aspetta: chi è il novello "narratore" (o colui che così si definisce con un picco di arroganza, o ingenuità, chi può saperlo)? Niente popò di meno che Simone Caltabellota. Eh? Già. Ex direttore editoriale della Fazi. Ah-ah. (Eh-eh).

1 commenti:

  1. E' come la TV spazzatura, ma forse peggio perche' la lettura impegna piu cervello.
    Un brutto libro e' molto peggio di un brutto film.

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